“Le pietre parlano, ma solo a chi sa ascoltare il vento tra le crepe.”
Hovhannes Grigoryan è stato uno dei poeti armeni più intensi e riconoscibili della fine del XX secolo. La sua voce ha raccolto le memorie di un popolo ferito e le ha trasformate in canto, mescolando malinconia, amore e orgoglio.
Leggerlo significa immergersi in una lingua che non teme la solitudine, che accoglie la durezza delle montagne e la dolcezza del melograno.
Nella poesia armena contemporanea, il tema dell’identità e della memoria storica è inevitabile. In Hovhannes, queste radici non diventano mai un peso: sono l’humus da cui germogliano versi forti e fragili al tempo stesso.
Le sue parole non sono mai decorative: hanno il sapore della terra e l’eco di campane lontane.
Un suo verso recita:
Ho scritto il tuo nome
su un mattone caduto,
così che ogni casa crollata
ti ricordi.
C’è sempre un filo che lega l’intimo al collettivo, il presente alla rovina.
La sua poesia non è mai pura elegia: è un invito a restare in piedi, a coltivare il seme della speranza anche tra le macerie.
Perché, come nella tradizione armena, il canto è resistenza, e la parola è rifugio.
Leggere Hovhannes significa camminare tra pietre antiche con lo sguardo verso il cielo, portando con sé il peso e la leggerezza di chi sa che la bellezza è anche ferita.