La luna e i falò — l’agosto infinito di Cesare Pavese

La luna e i falò — l’agosto infinito di Cesare Pavese

di Renzo Samaritani Schneider

Le colline hanno una memoria che brucia piano, come i covoni a fine estate.

Agosto, nelle Langhe, non finisce davvero. Resta sospeso tra i filari, sulle strade bianche che scendono in valle, nella luce che s’incunea tra i casali. È il mese in cui Cesare Pavese ha ascoltato più a fondo la lingua della terra, e l’ha trasformata in mito.
Il suo romanzo La luna e i falò non è solo un ritorno: è un rito. Chi torna crede di ritrovare una forma, ma scopre che la forma è diventata fumo, cenere, memoria.

Il protagonista, Anguilla, torna dall’America per misurare il presente con la sagoma del passato. Ma l’infanzia — come i falò d’agosto — illumina e brucia: mostra ciò che resta e ciò che si perde. Le colline non parlano, eppure raccontano tutto: amicizie finite male, amori che non si dicono, rivolte, silenzi.
Il paesaggio non fa da sfondo: è un personaggio, una creatura che respira nella notte mentre la luna, alta e muta, tiene il conto delle nostre contraddizioni.

In Pavese l’estate non è solo calore. È conoscenza. Il sole scrive a grandi caratteri; la notte corregge con l’inchiostro lento della luna. E i falò — antico gesto contadino — sono l’atto con cui la comunità tenta di dare una forma al caos: bruciare, purificare, capire. Ma la fiamma, si sa, non obbedisce: rischiara e acceca, consola e ferisce.

L’agosto di Pavese è un varco: entri per nostalgia, esci con una verità addosso.

Rileggere La luna e i falò oggi significa riconoscere che il ritorno non esiste: esiste soltanto il ricominciare. Le case cambiano, gli amici invecchiano, i campi sono altri; ma le colline — quelle sì — continuano a insegnare pazienza, misura, attesa.
E mentre il mondo corre, Pavese ci invita a camminare piano, a fermarci su una curva, a guardare una vigna come si guarda una pagina: sapendo che ogni filare è un periodo, ogni filare una frase lunga di luce.

Forse è questo il cuore dell’agosto infinito: imparare a lasciare andare senza smettere di ricordare. La luna lo sa. E i falò, ogni anno, ce lo ripetono con la lingua antica del fuoco.

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