C’è una poesia che non alza mai la voce e pure illumina tutto. È quella di Wislawa Szymborska (1923–2012), poetessa polacca, Premio Nobel per la Letteratura nel 1996. La sua città — Cracovia — è un teatro discreto: caffè con tavolini di legno, tram lenti, cortili, scale; ma soprattutto oggetti. In Szymborska gli oggetti non sono comparse: sono prove viventi che la realtà, se guardata bene, sa sorprendere.
La poetessa parte quasi sempre da un dettaglio: un timbro postale, una cipolla, un atlante, un gatto in un appartamento vuoto, un numero di statistica. L’oggetto è l’esca: con ironia leggera, lei tira il filo e porta a galla domande grandi — il caso, il tempo, la morte, la responsabilità, la meraviglia del “comunque”. È un’arte che non semplifica: riduce la distanza tra noi e il mondo, senza ridurre il mondo.
La sua voce abita il condizionale: “forse”, “può darsi”, “non so”. È una grammatica etica prima ancora che stilistica. L’incertezza non è debolezza: è rispetto per la complessità. Szymborska rifiuta le frasi roboanti; preferisce una battuta lieve che, a fine poesia, ti resta in tasca come una chiave.
Se la poesia moderna ha spesso cercato l’eccezionale, Szymborska ha consacrato l’ovvio. Ma non per fare minimalismo: per ricordarci che l’ovvio non esiste. Un sasso è un enigma, un cucchiaio un piccolo cosmo, una fotografia una trappola temporale. La poetessa ci invita a un esercizio: prendere sul serio l’irrilevante. In quell’atto umile succede il prodigio — la realtà smette di essere uno sfondo e diventa presenza.
Tre chiavi per entrare nel suo mondo:
- Ironia come bussola. Non è sarcasmo: è un sorriso che fa spazio, che sgonfia i palloni delle certezze e ci permette di guardare meglio.
- Empiria poetica. Atlanti, elenchi, tabelle: il linguaggio del dato diventa materia lirica. La precisione è una forma d’affetto.
- Compassione senza sentimentalismi. Nei suoi versi l’umano è fragile ma non patetico: è responsabile. Siamo “una possibilità tra molte”, e proprio per questo chiamati a scegliere.
Come leggerla oggi? Con lentezza. Una poesia alla volta, magari al mattino, con la tazza che fuma sul davanzale. Leggere Szymborska è un’educazione dello sguardo: dopo, il mondo non cambia — sei tu che lo vedi meglio. E scopri che l’oggetto davanti a te, il più banale, ti restituisce un pezzetto di verità che avevi smarrito nella fretta.
La grandezza non sta nel gridare il senso: sta nel riconoscerlo, piano, in una graffetta che luccica alla luce di fine agosto.