L’eco del bambù – Poesia giapponese nel silenzio che respira

“Nel cuore del giardino, tra l’acqua che sussurra e la ghiaia che tace,

il bambù non parla: canta.”

Nel mondo della poesia giapponese moderna, le parole si muovono come foglie al vento: leggere, intense, essenziali.

È una danza silenziosa che tocca l’anima senza ferirla, e si manifesta in quel soffio che rimane sospeso tra ciò che si vede e ciò che si sente. Il Giappone ha dato voce al non detto, al vuoto fertile, al frammento che diventa universo.

La poesia nipponica del Novecento e del nuovo millennio ha ereditato l’essenzialità degli haiku e dei tanka, ma ha osato spingersi oltre: si è aperta all’occidente senza perderne l’anima. Poeti come Shuntarō Tanikawa, Machi Tawara, Tōta Kaneko e Hiromi Itō hanno portato il verso a toccare i nervi scoperti della contemporaneità, la solitudine urbana, la memoria atomica, il corpo, l’amore fragile.

Questa poesia, spesso breve, sembra fatta per chi vive in un mondo che corre, ma cerca ancora spazi per restare fermo un attimo.

Un verso giapponese non ti chiede di capirlo: ti chiede di sentirlo.

Come questo di Tanikawa:

Il mondo è silenzioso

eppure canta

quando il vento colpisce il bambù.

Leggere questi versi è come attraversare un giardino zen: ogni parola è una pietra, ogni silenzio è un ruscello.

E noi, lettori erranti, possiamo solo inchinarci e ascoltare.

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